CONSIDERAZIONI:COSA RESTA DELLE MINIERE

 

Dell’industria mineraria cosa è rimasto? In altra parte si è detto: "solo dissesto ambientale". Sarebbe riduttivo pensare che sia rimasto solo questo ma è senza dubbio gran parte.

Dell’attività estrattiva, del lavoro di uomini, donne e bambini che hanno formato una classe operaia "nuova" per quei tempi, è rimasto tanto dal punto di vista del patrimonio culturale e ideale.

Intere generazioni sono state formate idealmente dai minatori di Montevecchio ma dell’intera Sardegna.

L' idea-guida era, innanzitutto, la lotta sociale come mezzo per il raggiungimento di migliori condizioni di vita e di lavoro; la concezione stessa della solidarietà di classe, della giustizia sociale, della possibilità di uno sviluppo socio-economico da determinarsi  con il coinvolgimento e la mobilitazione  di intere popolazioni che alla classe operaia facevano riferimento, si era rafforzata idealmente e culturalmente in quegli anni.

Una classe operaia delle miniere  diveniva, per la prima volta, punto di riferimento di altri settori della società civile: altre classi, dai piccoli commercianti agli artigiani, in quegli anni e per decenni fecero,così, un patto tacito con i minatori. "Firmarono" un contratto di mutuo soccorso ben consapevoli che il destino degli uni era legato a quello degli altri.

Dal punto di vista culturale e politico, quindi, questa classe operaia delle miniere influì anche sulla formazione delle classi dirigenti dei vari territori, dei paesi e delle città che nacquero attorno ad esse.

Non è un caso se le Giunte Comunale e Provinciali di sinistra erano una realtà diffusa.

Sino al 1985 il PCI poteva contare a Guspini, la cittadina di 13000 ab. identificatasi da sempre con le miniere di Montevecchio, sul 60% dei voti nelle elezioni Comunali.

Come non è un caso se con la trasformazione del tessuto socio economico dei vari territori questo consenso, in parte, è venuto meno.

Ma il patrimonio minerario non può estinguersi in un fatto meramente culturale: questa risorsa va spesa perché possa servire a far nascere uno sviluppo diversificato e non "monotematico".

Nell’ accordo firmato dall’ ENI, dalle OO.SS e dalla Regione Sardegna il 17 Maggio 1991 che decretò la chiusura delle miniere, si fissarono alcuni progetti di sviluppo e di reindustrializzazione.

L’ENI dichiarava la propria disponibilità a cedere immobili e mobili di proprietà di sue società nei territori delle miniere dismesse per l’avvio dei seguenti progetti:

      1. Il "Progetto Ingurtosu" (parco tecnologico);

      2. Iniziative di reindustrializzazione per il reinserimento dei minatori;

      3. Progetti di Forestazione anche produttiva da impiantare su terreni di proprietà ENI per 2500 ettari.

Lo sviluppo passa anche attraverso la costituzione del Parco Geominerario per il quale i lavoratori L.S.U. hanno occupato i Pozzi di Monteponi per quasi un anno. Finalmente la firma del Ministro sul decreto istitutivo è stata apposta.