LA FONDERIA DI SAN GAVINO

Fu la crisi mondiale, alla fine degli anni venti, a determinare e ad imporre la scelta della costruzione di una fonderia a San Gavino Monreale (CA) capace di verticalizzare la produzione delle miniere di Montevecchio nel tentativo di un risanamento economico della Società mineraria.

Il crollo di Wall Street del 1929 significò l'inizio di una depressione mondiale.

La “settimana” nera che va dal 24 al 29 Ottobre 1929, di cui si ricorda in particolare il giovedì nero, non bruciò solo ingenti capitali americani facendo crollare il valore di milioni di titoli azionari fino a renderli “carta straccia” ma determinò una crisi le cui ripercussioni si abbatterono su tutta l'economia mondiale.

Per le miniere della Sardegna, il crollo conseguente del prezzo del minerale, portò migliaia di licenziamenti e salari ancor più di fame.

Monteponi, Montevecchio ed anche Pertusola licenziarono e migliaia di minatori andarono ad ingrossare le fila dei disoccupati. Il dato sul calo del Prodotto interno lordo del settore minerario che passò dai 133 miliardi del 1929 ai 96 miliardi del 1933 è emblematico di una crisi tragicamente evidente.

Solo nel 1940, per la politica del riarmo della dittatura fascista in preparazione della seconda guerra mondiale, il PIL tornò ai 200 miliardi (v. pag.35 di “..e le sirene smisero di suonare” di Daverio Giovannetti).

Montevecchio, già in crisi peraltro, per i notevoli ritardi nella politica di sviluppo strategico della sua attività, dovette fare i conti drammaticamente con questa crisi.

Nel 1929 la sua produzione si attestò sulle 21000 tonnellate che, si presumeva, sarebbero state mantenute nel 1930.

Mentre, però, nel 1929, prima della crisi, da questa produzione ricavò £ 1700 a tonnellata nel 1930 il prezzo ricavato fu appena di £ 300 a tonnellata:una perdita insostenibile per tutti tanto più per Montevecchio in considerazione del fatto che non possedeva una sua fonderia e che, quindi, le spese della fusione incidevano notevolmente fino a giungere al 68% del costo di produzione.

Le fonderie, invece, per la lavorazione del minerale ricavavano esattamente £ 300 a tonnellata.

Altre realtà come Monteponi si dotarono di una fonderia, ben prima della Montevecchio, e riuscirono a non naufragare.

Montevecchio e il suo consiglio di amministrazione si trovò, nel 1930, di fronte ad un bivio: investire somme considerevoli per dare impulso nuovo alla produzione verticalizzandola con la costruzione di una moderna fonderia capace di una lavorazione inizialmente di 10000 tonnellate all'anno oppure morire sotto il peso sempre più insostenibile dei debiti.

Per la scelta a favore della Fonderia fu determinante il ruolo di Francesco Sartori, amministratore delegato della Monteponi, e di Domenico Giordano, amministratore delegato della Montevecchio.

I due amministratori, infatti, compresero subito dell'importanza vitale, per entrambe le Società ma soprattutto per la Montevecchio, della costituzione di una società che avesse  nella costruzione e gestione della fonderia, l'obiettivo fondante. Dal loro accordo, poi ratificato dai rispettivi consigli di amministrazione, nascerà la Società Italiana del Piombo e, con essa, la Fonderia di San Gavino.

Una scheda cronologica e una scheda tecnica  riassumono, brevemente, la nascita e alcune caratteristiche tecniche della fonderia.

 

 

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