IL PROGRESSO SOCIALE...

 
 

 

 

Lo sfruttamento industriale delle miniere alla metà dell’800 diede finalmente impulso al rinnovamento sociale, economico e culturale della Sardegna.

L’isola con la nascita di una classe operaia in miniera superava la rigidità delle società feudali per confrontarsi con una nuova realtà aperta alla conoscenza, alla tecnica, alle idee stesse di altri paesi e di altre realtà.

Si rompeva il carattere individualistico e isolazionista del modo di produrre proprie di una società agro-pastorale per passare alla nuova fase della “classe dei produttori”, del gruppo, del collettivo.

Questo significava misurarsi e confrontarsi con idee e realtà nuove.

L’arretratezza economica e culturale, lo stato di precarietà anche fisica per le epidemie, la fame e la malaria, costrinsero i sardi ad un ruolo inizialmente marginale.

Stranieri e “continentali” erano i tecnici e gli ingegneri sui quali pesava la direzione tecnica delle miniere.

“Continentale” e straniera fu inizialmente la stragrande maggioranza degli operai: i sardi erano appena 1/3. Questo dato cambierà a partire dal 1907.

I Direttori delle miniere, inizialmente, assumevano moltissimi lavoratori “continentali” soprattutto bergamaschi e piemontesi e tra questi veniva preferito il bergamasco.

Vi è un’affermazione dell’Ingegnere del Regio Corpo delle miniere Eugenio Marchese, riportata nella prefazione di Francesco Manconi al libro da lui curato “Quintino Sella:Sulle condizioni dell’industria mineraria dell’Isola di Sardegna, è molto significativa a tal riguardo:”l’operaio sardo uso a cibarsi molto parcamente e non avente lunga abitudine di esercizi continuati di forza muscolare, non possiede nell’opera faticosa del minatore la costanza dell’operaio continentale e non riesce in generale a compiere la stessa quantità di lavoro”.

 Essi venivano impiegati soprattutto nelle officine e nelle fonderie e per queste loro caratteristiche venivano retribuiti meno rispetto agli operai bergamaschi.

Ma l’operaio Sardo sempre secondo l’ing. Marchese è di facile  ingegno, riesce ad apprendere subito. La vicinanza, il confronto con le realtà continentali più evolute del nord Italia riescono a dargli quelle conoscenze tecniche che gli consentono di lasciare quel ruolo marginale nella miniera.

La commistione con le realtà diversamente progredite ed evolute portano ad un avanzamento culturale dell’insieme della società sarda che ora con le miniere può contare su uno strumento anche di progresso economico.

Le retribuzioni pur basse rispetto agli operai continentali, costituiscono in quel momento una certezza economica per migliaia di famiglia: la certezza di non morire di fame. La stessa presenza delle donne in miniera costituì strumento di crescita civile e culturale di tutta la società sarda.

Ma attorno alle miniere inizia a svilupparsi una miriade di attività lavorative indotte che consentivano lo sviluppo di un tessuto economico “artigianale” prima insignificante.

Intere realtà locali, paesi e città, nascono e progrediscono se non in funzione delle miniere certamente come conseguenza dell’attività mineraria.

Le città e i paesi più grandi che si sono identificate o meglio sono state individuate sempre come città minerarie sono:Iglesias, Guspini, Arbus, Montevecchio, Ingurtosu e tantissime altre per quanto riguarda le miniere metallifere.

Carbonia è l’esempio più vivo della città mineraria nata per la miniera di carbone, in funzione della guerra, voluta dal regime nel 1938.

Città e paesi interi che si sono sviluppati ed hanno vissuto in regime monocolturale e monoculturale delle miniere sino alla loro chiusura.

La “ristrutturazione” e il riposizionamento dell’apparato economico dell’intero bacino minerario   non è stato  né sarà semplice.