IL VIAGGIO

 
manifestazione a Guspini

 

L'immaginazione può essere suggerita dai sentieri   tracciati da chi prima di noi ha vissuto o creduto di vivere intensamente, da protagonista, la Storia nei suoi avvenimenti grandi e piccoli.

 Da chi, quand'anche non sia stato presente, sempre asserisce che gli è stato raccontato da gente sicura che mai avrebbe potuto dire il falso.  

Ho incontrato un uomo di questi. La sera d'inverno di un 17 Gennaio qualsiasi, attorno al fuoco di Sant'Antonio….. vedo che nei vostri occhi già traspare il dubbio di chi non sa; dovete sapere che dalle mie parti come in tutta la Sardegna, succede in tutta Italia? Bene! Com’è piccolo il mondo!, in occasione del 17 Gennaio, giorno di Sant'Antonio abate, e del 20 Gennaio, giorno di San Sebastiano, la gente si riunisce nei quartieri, nei vicinati che da noi si chiamano "Bixiausu" o qualcosa del genere visto che pur parlando la nostra lingua Sarda non sono mai riuscito a scriverla correttamente, attorno al fuoco che prende il nome di "Su fogu de Sant'Antoni" (il fuoco di Sant'Antonio).

Anche quel 17 Gennaio, i ragazzi del quartiere delle case popolari, si riunirono, dopo aver espletato in modo  distratto la pratica scolastica al turno pomeridiano, per dare l'assalto, nelle vicine campagne del paese, ad alberi abbattuti dal vento o vittime degli incendi. Ognuno s'impadroniva di un ramo e cantando inni di vittoria lo portava via strisciando sulla terra inaridita da mesi di siccità. Una nube di polvere testimoniava la  presenza della "banda"a tutto il quartiere.

La gente, per quell'occasione, non dava peso alla polvere; La Festa per l'Abate Santo coinvolgeva tutti. Come luogo della "riunione" venne scelta una piazzetta proprio in mezzo alle case popolari infarcite di famiglie operaie. Le miniere  di Montevecchio costituivano, in quel tempo, la fonte di lavoro per migliaia di operai.

La legna era abbastanza per generare un fuoco le cui lingue si sarebbero levate bene alcuni metri in alto mettendo in bella mostra una coreografia di effetti luce sempre originale.

Appena appiccato il fuoco era un via vai continuo di ragazzi e di adulti che prendevano posto nei loro "scanni" in legno tutt'intorno al fuoco che sprigionava subito le sue fiamme schiopettanti e scintillanti illuminando ora questa, ora quella parte della piazza influenzato in quest'impresa da un vento deciso ma non fortissimo.  Più  legna bruciava più si assisteva ad un movimento sincrono degli scanni che si allontanavano di passo in passo dal caldo che diveniva insopportabile.

Le donne del vicinato, veri guardiani delle dispense famigliari, portavano in dono alla festa, per essere consumati da tutti i presenti, i pochi viveri che potevano "distrarre" dal "bilancio" di casa: ceci, fave secche, castagne, noci e noccioline ma anche pane e salsiccia sarda che veniva portata da chi aveva "ammazzato" il maiale in casa facendo un po’ di provviste. Il profumo del pane era inconfondibile: era il pane che un tempo si chiamava "Civraxiu de Seddori" (Civraxiu di Sanluri che era il paese che probabilmente l'aveva "inventato" .)

C'era chi, man mano che le fiamme scemavano e la brace aumentava, si predisponeva alla cottura arrosto dei legumi e delle castagne.

Al mio fianco aveva trovato posto un vecchio minatore; non lo conoscevo bene o forse non lo conoscevo affatto. Era un viso poco conosciuto: le rughe  profonde sembravano testimoni spietate di una età antica che mal si conciliava con i suoi numeri anagrafici. C'è chi diceva avesse novant'anni, eppure il suo passo era fermo e fiero senza per questo chiedere aiuto a bastoni di castagno. Le sue rughe alla luce del fuoco si scioglievano lasciando trasparire un viso ancora giovanile, illuminato dalla voglia di raccontare di sé e delle storie vissute come per ritornare ai tempi in cui non vi era spazio alcuno per i grazie sempre dovuti.

C'era chi cantava stornelli, battorinas, con tono volutamente approssimativo; c'era un gruppo che ogni tanto amava perdersi  nelle storie di caccia grossa, al cinghiale, con le levatacce al mattino per raggiungere le postazioni sulle montagne; con un vento che tagliava a fette il viso; il freddo che gelava le mani e i piedi; le montagne di rovi alti di un sottobosco impossibile da attraversare senza lasciarvi in ostaggio indumenti importanti per la pratica della caccia.

Il nostro gruppo era il più sparuto: c'erano alcuni minatori del primo turno che parlavano del rischio di una frana in un avanzamento non ancora messo in sicurezza. Lo facevano con voce sommessa, nel tentativo forse di esorcizzare l'eventualità di questo pericolo che valeva la loro stessa vita; ascoltavo, i  ragazzi stavano in silenzio, furono educati a rispettare un minatore che parla e dice di sé. Mi Presi il capo tra le mani, gl'imponevo così di stare attento a non perdersi neppure un "respiro" di quanto dicevano. L'uomo delle rughe, Angelico si chiamava, forse derivava da Angelo che fu anche il nome di mio nonno, ad incominciare il suo racconto. Con la mano destra reggeva il coltello, sa leppa, con la sinistra una fetta di pane civraxiu e un bel pezzo di salsiccia tagliata a fette, non   regolari, da tziu Angelico. Si vedeva che trovava gusto nel mangiare: tra un boccone e un altro incominciò a raccontare, sempre imponendo al tempo della masticazione la fase riflessiva per riordinare idee e ricordi.

Era un fiume che scorreva deciso ben sapendo dove passare e dove arrivare: "Questi giovani non sanno più chi sono, cosa fanno e cosa vogliono fare, " hanti connottu tottu" hanno "trovato e ottenuto tutto" senza bisogno di sacrifici, senza poter assaporare il gusto della conquista di obiettivi importanti; "cand'unu non conosciri su babbu cummenti poiri penzai de fai fillusu", quando uno (l'uomo) non conosce il padre (le proprie radici, il proprio passato che in qualche modo lo ha generato) come può pensare (come può pretendere) di mettere al mondo dei figli (di gettare le basi certe del proprio futuro?).

Non intravedevo in quelle parole una critica malevola nei confronti dei giovani. Anzi! Egli lo diceva con il rispetto del futuro e della generazione che di questo futuro sarebbe stata l'artefice; con l'atteggiamento di chi non si arrende al fatto che la memoria storica di fatti e di sentimenti non sia posta al servizio delle nuove generazioni per aiutarle a seguire un percorso corretto.

Tziu Angelico si rendeva conto di essere stato un po’ duro; quasi per togliersi questo pensiero trangugiò un sorso di quella vernaccia invecchiata che sarebbe riuscita a sciogliere la durezza di una lingua abituata ad obbedire al suo carattere formato da tante battaglie.

Era un uomo di cultura; il suo essere operaio non lo aveva frenato ma spinto ancor di più a leggere, a conoscere. Il sapere è l'unica arma per sconfiggere l'ipocrisia del potere in qualunque forma essa sì esprima…e lui sapeva. Si sentiva quando iniziò a raccontare e fare domande per interloquire con chi lo circondava; il coltello stretto nella mano destra era diventato ora la bacchetta di un anziano maestro che per farsi capire meglio dai suoi discepoli traccia nell'aria ipotetici disegni, numeri e lettere. "La storia è importante: essa aiuta a capire, a comprendere tutto il nostro passato! Sono sicuro che nessuno vi ha mai

parlato della storia delle miniere della Sardegna, della legge mineraria del 1840, della fusione "perfetta" del 1847,  di Montevecchio dopo la concessione mineraria del 1848 e di altre cose ancora….

Mentre elencava questi punti si accorse che stava inconsapevolmente "scrivendo" con il coltello nella terra polverosa, ottenendo, con questo atto, il solo risultato di renderlo inservibile, perché sporco; prese allora con risoluta tempestività un esile ramo scampato alla furia distruttrice del fuoco,  gli tolse le foglie ingombranti e lo utilizzò a mò di penna sulla terra che di buon grado si prestò a questo compito interessante.

Il suo racconto incomincia: basta seguirlo con attenzione….

fine prima parte (a cura di Martino Atzori)

 

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