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Il
problema della metallurgia in Sardegna venne posto da Quintino Sella
nella sua relazione del 1871 nel capitolo in cui si sofferma sulla
necessità del trattamento e della fusione dei minerali in loco.
La
maggior parte dei minerali estratti in Sardegna veniva, infatti, esportata nel continente
e all’estero per essere fusa, trattata e commercializzata a prezzi
alti, tra gli altri, alla stessa Sardegna.
L’Isola
era perciò la "fornitrice, con le sue miniere, delle materie
prime: il ciclo produttivo si fermava con la coltivazione e
l’estrazione del minerale.” Questa era stata sin dall’inizio la
politica di tipo colonialistico delle società minerarie che potevano
estrarre a basso costo i minerali per collocarli sul mercato a prezzi
competitivi.
Inizialmente
l’esportazione poteva essere determinata da una serie di cause
interdipendenti:
1) 1) la
mancanza di capitali “sardi” favorì la “penetrazione” di società
straniere e continentali nella gestione delle concessioni minerarie.
Queste società avevano l’interesse primario
dell’esportazione dei minerali;
2)
2) la produzione
stessa, in special modo per quanto riguarda lo zinco, inizialmente non
era tale da consentire l’attività
di una fonderia in
loco ;
3)
3) la mancanza di operai specializzati sardi, i fonditori, che
potessero in qualche modo essere di stimolo a questa nuova fase della
produzione influì molto;
4) lo
stesso prezzo del combustibile, il coke inglese, utilizzato per
alimentare i forni delle fonderie non poteva consentire l’inizio di
questa attività.
5)
A tutto questo doveva
essere aggiunto il quadro ambientale insalubre che generando una
malattia terribile come la malaria impediva l’attività lavorativa per
tutto l’anno.
Ma
le condizioni cambiarono e lo stesso Quintino Sella già allora nel 1871
affermò in modo chiaro che se le Fonderie non venivano sviluppate come
un settore importante del processo produttivo delle miniere, se la
metallurgia non veniva sviluppata in Sardegna non era certamente per un
problema di costi economici. La Relazione del Sella parla
dettagliatamente di alcune Fonderie che intrapresero una attività degna
di nota anche se per un tempo abbastanza limitato: la Fonderia di
Villacidro che iniziò la sua attività nel 1774, Masua, Funtanamare;
Bonaria, Domusnovas, Fluminimaggiore.
Esattamente un secolo dopo nel 1971 l’Ing.
Giovanni Rolandi
nel suo Libro “La Metallurgia In Sardegna” , Edizioni
“L’Industria Mineraria” 1971, e precisamente nelle cinquanta
pagine dedicate alla Fonderia di San Gavino Monreale,
fa una lucida analisi della estrema necessità di una Metallurgia
che con nuovi impianti completasse il processo produttivo, in
questo caso, delle miniere
di Montevecchio. Una verticalizzazione della produzione che diventava
improcrastinabile in presenza di una crisi mondiale che dal 1929 alla
metà degli anni trenta colpì
soprattutto le miniere e il loro mercato di materie prime. Il prezzo del
minerale scese vertiginosamente facendo aumentare il deficit dei
bilanci. E’ In questo quadro che Dirigenti delle miniere di
Montevecchio e di Monteponi, che oggi noi chiameremmo manager
illuminati, posero la
necessità di costruire e attivare la Fonderia di San Gavino
vincendo le resistenze di “miopi e ricchissimi finanzieri
emersi dalla prima guerra mondiale……”.
La
Fonderia di San Gavino fu, anche rispetto a quella di Monteponi,
l’esempio più concreto di Impianto Metallurgico moderno la cui
attività iniziò esattamente il 10 giugno 1932.
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