NARCAO: il progetto del recupero delle aree minerarie dismesse

 

Tutti i villaggi industriali dell’800 hanno il carattere comune di un profondo rispetto per l’ambiente, infatti, s’inseriscono armonicamente con strutture, che pur adibite a luoghi di lavoro, hanno un impatto estetico gradevole e talvolta rendono più caratteristico l’ambiente originario.

L’industria mineraria ha lasciato in Sardegna un insieme di edifici di grande pregio architettonico ed artistico (esempi tra i più conosciuti sono le ville direzionali a Montevecchio, Ingurtosu, Iglesias solo per citarne alcune), che oggi è opportuno conservare e valorizzare.

La grande dismissione mineraria ha lasciato un’eredità “ ingombrante ”: la conservazione e il riutilizzo di quelle stesse aree. Negli anni immediatamente successivi la chiusura delle miniere, gli orientamenti politici -culturali non hanno considerato la possibilità quella fonte economica ormai esaurita in una nuova risorsa: quella della cultura e del turismo.

Oggi per fortuna una nuova mentalità ha imposto la conservazione della memoria storica come nuovo modello economico, certamente meno invasivo e rispettoso dell’ambiente.

ROSAS TRA PASSATO E FUTURO

La riconversione del sito in una prospettiva di nuova industria

L’attività mineraria nel sito di Rosas e nel territorio di Narcao in genere è un fatto che precede di secoli la rivoluzione industriale: risale, infatti, dai Pisani ai Romani sino ai Fenici e alla preistoria; ha accompagnato per un lungo tratto di storia la popolazione condizionandone l’economia e il modus vivendi.

La brusca e lunga interruzione della pratica mineraria, intercorsa sotto la dominazione spagnola in Sardegna, aveva imposto all’economia locale il solo modello contadino e agro pastorale in nome dello sfruttamento di stampo feudale.

La rinascita delle miniere avverrà solo alla fine del ‘700, con l’arrivo dei Savoia nell’Isola, in modo graduale e col fondamentale apporto dei grandi capitali europei (Francia, Belgio, Inghilterra) e americani.

La nascita della miniera di Rosas avviene a metà dell’800 e la sua attività perdurerà sino al 1980. Già dalla fine degli anni ’50 del XX sec., la crisi del comparto minerario annuncia la fine di quel modello economico da cui è dipesa tutta la comunità locale gravitante attorno all’area mineraria.

Il declino è stato fortemente contrastato dalla classe operaia e da quella politica, che ha cercato (e trovato!) soluzioni alternative con lo sviluppo di un nuovo sistema industriale.

Il problema impellente e prioritario alla chiusura delle miniere è di tre ordini: la disoccupazione dei minatori, la loro riqualificazione professionale e la relativa ricollocazione nel mercato del lavoro.

I problemi quindi della conservazione, valorizzazione e riconversione dei siti dimessi passano in secondo e terzo piano e nel frattempo trascorrono circa vent’anni, prima che si riconosca la miniera come valore da difendere, durante i quali vanno irrimediabilmente perduti edifici o parte di essi, beni strumentali, impianti tecnologici e documenti storici. Oggi si è arrivati appena in tempo, prima che si polverizzasse completamente una parte importane della storia locale. La riconversione di Rosas risponde ad esigenze di carattere economico, storico e culturale.

Economico: perché la miniera è il luogo della produzione e del profitto e l’insieme dei beni che la compongono hanno un potenziale rilevante.

Storica e culturale : perché riconvertire e valorizzare la miniera sotto questo profilo significa tesaurizzare la memoria storica , il passato vissuto da uomini , donne e bambini che hanno lasciato una traccia : il ricordo del loro passaggio .

La valenza dei musei è la risposta più efficace a queste esigenze : il museo , però nel senso tradizionale del termine , non è esaustivo rispetto alle potenzialità del sito di Rosas .

Si propongono pertanto diverse forme di museo : nella ex laveria un museo espositivo e interattivo col fruitore , che è reso partecipe , attraverso una serie di effetti visivi e sonori della realtà del lavoro minerario e della tecnologia che lo ha caratterizzato .

Un museo antropologico : che racconta le condizioni del lavoro operaio , le lotte sindacali , le malattie professionali , gli incidenti in miniera , il lavoro femminile e minorile come parte essenziale della realtà mineraria .

I gesti quotidiani del minatore e della cernitrice diventano una piccola grande storia umana : il saluto ai propri figli al mattino , l’arrivo in cantiere , la discesa in galleria o alla cernita , la pausa del pranzo , la fine del turno di lavoro e il ritorno a casa stanchi , sporchi e affamati .

Un eco museo: l’intero sito è inteso come un grande museo dove i manufatti, le attrezzature , gli impianti e gli edifici vanno considerati , essi stessi , spazio del museo all’aperto . Lo spazio dedicato alla vita della comunità consente la riappropriazione reale e la rievocazione della storia .

Un parco museo: il sito è inserito in una valle di grande valore floro faunistico , dove il paesaggio industriale si inserisce armonicamente con quello naturale e consente accanto alla fruizione del bene industriale anche quella del bene ambientale.

La poliedricità del museo ha una ricaduta considerevole in termini economici : il patrimonio minerario crea una nuova opportunità di profitto , dove trovano spazio anche attività extra museali : la palazzina dell’ex ufficio postale e degli uffici amministrativi si ripropone come punto di ristoro (ristorante e bar con l’utilizzo degli spazi esterni).

L’ex foresteria e le strutture residenziali più significative diventano turistico ricettive per consentire , oltre il soggiorno dei visitatori , anche attività didattiche .

Tutto il parco inoltre si presta per una serie di attività rivolte al benessere psicofisico (trekking a piedi o a cavallo, escursionismo guidato ecc). Tutte queste attività non sono secondarie o accessorie anzi rappresentano la reale riutilizzazione economiche delle risorse locali .