NARCAO: la miniera Rosas (1851-1980)

ARTICOLO dell'ing. Umberto CAPPA

Le frequentazioni umane, attestate nell’area di Narcao, risalgono sin al Neolitico; l’attività mineraria risale anch’essa a periodi antichissimi, purtroppo però le scarse ricerche archeologiche eseguite danno pochi riscontri: qualche traccia di antichi scavi in una discenderia nuragica, riutilizzata in epoca romana, nei pressi di Monte Atzei.

I Romani prima e i Pisani successivamente eseguirono diversi lavori di ricerca in tutto il Sulcis Iglesiente in modo sistematico, poiché esperti entrambi dell’arte mineraria.

Proprio ai Pisani nel pieno medioevo sardo si devono le innovazioni tecniche e la riorganizzazione del lavoro minerario; le carte topografiche ottocentesche della miniera Rosas riportano l’esatta ubicazione di antichi lavori, attribuibili all’età romana e pisana grazie al ritrovamento in loco di strumenti di lavoro dell’uno o dell’altro periodo.

La miniera di Rosas fu scoperta nel 1832 da Enzo Perpignano, che sotto il Monte Rosas (il monte Rosas è così chiamato per la presenza della rosasite, un minerale di colorito rosato, da cui la miniera ha preso il nome) rilevò un giacimento di metalli misti. La dichiarazione di scoperta fu perfezionata nel 1849 e nel 1851, 11 Luglio, fu emessa la concessione reale (Re Vittorio Emanuele II) per l’estrazione di galena. La concessione aveva un’estensione di 400 ettari e veniva concessa in perpetuo alla Società dell’Unione Miniere del Sulcis e Sarrabus, costituita il 6 luglio 1848, rogito notaio Giacomo Bigatto, con sede a Roma e capitale sociale di 500.000 lire. Le coltivazioni avvenivano quasi a cielo aperto, senza eccessivo dispendio di uomini e mezzi ma ad un certo punto le coltivazioni divennero più onerose: erano necessari investimenti cospicui per ottenere discreti margini di guadagni.

La società abbandonò i lavori dopo qualche anno. Un Decreto del 16 giugno 1861 prefisse il termine di ripresa dei lavori pena la revoca delle concessione mineraria, che, di fatto, pervenne il 3 Gennaio 1863.

La concessione Rosas venne così accorpata ad altre tre concessioni: Gibbas, Perdarta e Peddiattu, che vennero acquistate in blocco da M.me Elena Felicia Poinsel di Marsiglia, per la somma di £ 9.765.00 il 26 Ottobre 1863.

Un nuovo passaggio di proprietà ci fu nel 1869: i diritti della miniera vennero acquistati da un faccendiere americano, Thomas Viner Clarke; l’anno seguente subentrò la The Mining Cagliari Company Lmited, anch’essa americana.

Il giacimento era cospicuo ma il minerale estratto, per avere un buon tenore di resa, doveva essere trattato con macchinari moderni, occorreva inoltre consistente manodopera con ingenti investimenti. Furono queste le cause delle vicissitudini della miniera che sino a quel momento era sempre caduta nelle mani di avventurieri, che inseguivano il sogno di facili ricchezze.

Nel 1890 nuove esplorazioni misero in luce discreti giacimenti di carbonati di zinco e piombo, solfuri misti e solfuri di rame. Parve giunto un momento propizio perché il mercato mondiale registrava notevole interesse per lo zinco, sino ad allora trascurato, che alla fine del XIX sec. si vendeva allo stesso prezzo delle calamine. La metallurgia inoltre aveva fatto grandi progressi nel trattamento delle galene blendose e delle blende piombose ed erano state studiate tecniche innovative per la separazione quasi completa dei minerali misti.

Date queste premesse la miniera Rosas tornò ad essere appetibile e nel Gennaio 1899 venne ufficializzato l’acquisto della miniera da parte della Società Anonyme Minière di Liegi, ceduta dal comm. Roberto Cattaneo nel Settembre 1898.

La nuova società nel 1900 richiese l’estensione della concessione per l’estrazione di minerali di zinco e introdusse nel sito la modernità industriale al passo con l’Europa. Venne costruita una moderna laveria, che sostituì la rudimentale calcinazione delle calamine con il totale sfruttamento dei minerali piombo-zinciferi. La direzione dei lavori fu affidata a valenti tecnici come l’ing. Umberto Cappa e l’ing. Vincenzo Sartori.

L’ing. Umberto Cappa scrisse un articolo sulle miniere di Rosas apparso, a sua firma, sul giornale “The Engineering and Mining Journal” apparso il giorno 9 maggio 1908 a New York che potete leggere interamente tradotto semplicemente andando alla pagina apposita.

  I moderni macchinari della tedesca Humbolt consentivano di trattare 10 tonnellate di minerale al giorno, vennero costruiti un tratto di ferrovia da Rosas a Terrubia per agevolare il trasporto sino ai carri di carico, che venivano poi destinati a Cagliari; la teleferica da M. Orri sino a Rosas inferiore; tutte le infrastrutture necessarie ad un’attività viva e fiorente quali i depositi per gli esplosivi, i ricoveri per i cavalli, che mettevano in funzione la teleferica; gli alloggi per gli operai e istituito l’ufficio postale e costruita la casa della direzione (un’elegante costruzione in stile inglese, situata sulla parte più alta del sito a dominare tutta la valle di Rosas); infine venne creato un efficiente sistema di canalizzazione alimentato dal Rio Barisonis.

Lo stato di grazia della miniera Rosas durò sino al 1908 e dal 1908 al 1911 cominciò un nuovo declino a causa del crollo dei prezzi del pb e dello zn. Il sito venne poi ceduto nel 1911 all’ing. K. W. Right che non riuscì a migliorare al situazione .

Il primo conflitto infierì ulteriormente sulla situazione ormai compromessa: la manodopera, quasi tutta impegnata al fronte venne sostituita dalle donne, dai fanciulli e dai carcerati; la scarsa manodopera qualificata costava carissima; l’energia elettrica passò da tre £ al kwh a 11,22 £; mancavano inoltre il legname e la benzina. Data la grave situazione la miniera venne chiusa sino al 1918, quando il Right la cedette alla Società Miniere di Domusnovas, che si trasformò in Società Anonima Miniere Rosas nel 1924.

La nuova società predispose nel 1939 un moderno impianto elettrico a 3000 v e un altrettanto moderno impianto di flottazione, ma la resa non fu mai all’altezza del decennio d’oro 1898 – 1908.

Alla fine della seconda Guerra Mondiale Rosas riaprì l’attività con soli 29 operai. Altri ammodernamenti vennero fatti negli anni ’50 del XX sec. e la miniera assunse l’aspetto che oggi conosciamo.

La nuova società AMMI spa (Azienda minerali metallici italiani sorta per volere del regime fascista, per la produzione di materia prima da impiegare nell’industria pesante durante l’autarchia) tenne in piedi l’attività mineraria durante gli anni sessanta e settanta con soli finanziamenti pubblici erogati dalla Regione Sardegna: i ricavi non giustificavano i costi di gestione, non c’era una reale attività ma solo piani di ricerca e indagini geologiche.

La nascita del famigerato polo industriale di Portovesme avvenne nel momento cruciale della crisi del comparto minerario, e tale nuova struttura venne voluta e osannata come la panacea di tutti i mali che affliggevano il territorio. Tutti i minatori vennero trasferiti nel polo industriale e le miniere chiusero gradatamente.

Si chiudeva così un’epoca gloriosa che aveva portato l’isola alla modernità, creato una nuova classe di lavoratori, che negli anni aveva acquisito professionalità e coscienza

Narcao, miniera Rosas esterno della Laveria nella foto pubblicata nel giornale di New York il 9 Maggio 1908.

 

Narcao, Miniera Rosas, interno della laveria in una foto pubblicata con l'articolo di Umberto Cappa nel giornale di New York, "La Gazzetta dell'Ingegnere e del Minatore".